Immaginate di camminare in un museo. Vi fermate davanti a un vaso di giada o a una veste cerimoniale di seta e leggete la piccola targhetta: "Oggetto recuperato dalla dinastia Qing, circa 1900." Per la maggior parte delle persone, quell'oggetto è un reperto di una storia lontana e polverosa. Ma per un uomo, quell'oggetto non era un manufatto. Era la sua ciotola per la colazione. Erano le sue lenzuola. Era la trama stessa della sua infanzia.
Questa era la realtà surreale, quasi cinematografica, di Puyi. Non si limitava a studiare la storia; un tempo ne era il centro pulsante e vivente. Poi, in un vertiginoso mutamento delle correnti geopolitiche, ne fu scagliato fuori.
Il bambino che era un dio
Nel 1908, un bambino di due anni salì su un trono occupato dai suoi antenati per secoli. Puyi divenne l'imperatore Xuantong, l'undicesimo e ultimo sovrano della dinastia Qing[1]. A un'età in cui la maggior parte dei bambini sta imparando ad allacciarsi le scarpe, Puyi stava navigando in un mondo di rituali rigidi, sudditi che si inchinavano e l'opprimente, dorata isolazione della Città Proibita.
Era, a tutti gli effetti, un dio in terra. Ma il mondo fuori dalle mura del palazzo chiedeva a gran voce il cambiamento. La rivoluzione Xinhai stava scuotendo le fondamenta della Cina imperiale e, nel febbraio del 1912, l'imperatore bambino fu costretto ad abdicare[1]. La dinastia era morta, ma il fantasma della monarchia aleggiava nei corridoi del palazzo, dove Puyi rimase prigioniero del proprio status: un monarca senza un paese, che viveva in un museo della sua stessa vita passata.
Una vita all'ombra dei giganti
La storia raramente permette a un uomo come Puyi di svanire semplicemente nel nulla. La sua vita divenne una serie di strane, e spesso tragiche, reinventazioni. Nel 1917, fu brevemente restaurato sul trono da un generale lealista, un fugace momento di gloria riconquistata che durò solo dodici giorni[1]. Entro il 1924, fu completamente espulso dalla Città Proibita, costretto a cercare rifugio a Tianjin.
Fu durante questo periodo che la vita di Puyi prese la piega più controversa. Intrappolato tra le fazioni cinesi in lotta e l'influenza crescente dell'Impero giapponese, fece una scelta che avrebbe definito la sua eredità: divenne il sovrano nominale del Manchukuo, uno stato fantoccio stabilito dai giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale[1]. Fu un tentativo disperato di riconquistare il potere, ma alla fine lo ridusse al ruolo di strumento politico, utilizzato da una potenza straniera per legittimare un'occupazione.
L'imperatore e lo spazzino
Il capitolo più sconvolgente della storia di Puyi, tuttavia, non si trova nella politica ad alto rischio del Manchukuo, ma nel silenzioso e umiliante epilogo della sua caduta. Dopo la guerra, Puyi subì una trasformazione radicale. L'uomo che un tempo comandava milioni di persone fu privato dei suoi titoli, imprigionato e infine "rieducato" sotto il nuovo regime comunista[1].
La transizione fu assoluta. L'essere celeste divenne un cittadino. L'uomo che un tempo aveva servitori per vestirsi e eunuchi per assecondare ogni suo capriccio, finì per svolgere i compiti più banali: lavorare come giardiniere e spazzino[1].
C'è un'ironia profonda, quasi inquietante, in questa discesa. È una storia di totale inversione. L'uomo che un tempo possedeva il suolo su cui la gente camminava, ora aveva il compito di spazzarlo pulito. Eppure, anche in questo stato di decadenza, il legame con il suo passato rimase indissolubile. Si dice che Puyi visitasse occasionalmente la Città Proibita come un comune turista. Vagava tra la folla, un uomo tra tanti, indicando i tesori squisiti dietro il vetro e sussurrando tra sé e sé riguardo agli oggetti che un tempo gli appartenevano[1].
Era un uomo che viveva in due mondi contemporaneamente: la realtà mondana di un cittadino nella nuova Cina e il ricordo fantasma di un impero che era svanito, lasciandolo come suo unico monumento vivente.





