In un laboratorio di Berkeley, un microbo noto soprattutto per birra e pane è stato messo a seguire una dieta molto diversa. Saccharomyces cerevisiae, il lievito di birra, è stato nutrito con zucchero e modificato per produrre sostanze chimiche associate alla cannabis, invece di alcol o impasti lievitati.[2]
Gli scienziati hanno ingegnerizzato il lievito di birra inserendo geni della pianta di cannabis e altre modifiche genetiche, così da permettergli di produrre cannabinoidi, tra cui THC e CBD, a partire dallo zucchero. L’obiettivo a lungo termine è una produzione di cannabinoidi basata sulla fermentazione: più economica, più pura e meno dipendente dalla coltivazione delle piante di cannabis.
Il lavoro, pubblicato su Nature nel febbraio 2019, ha trasformato un organismo familiare nel mondo della fermentazione in una piccola fabbrica chimica.[1] I ricercatori guidati da Jay Keasling, dell’Università della California, Berkeley, hanno modificato il lievito affinché potesse convertire il galattosio, uno zucchero, in composti cannabinoidi presenti nella Cannabis sativa.[1]
Keasling, professore di ingegneria chimica e biomolecolare e di bioingegneria, ha spiegato il vantaggio in modo diretto: “dal lievito ottieni esattamente ciò che vuoi.”[2] Le piante di cannabis possono essere fonti variabili, e l’estrazione dei composti rari può essere costosa perché molti cannabinoidi sono presenti solo in tracce.[3]
Un lievito da birra con una via metabolica della cannabis
Il team di Berkeley non si è limitato ad attivare un singolo interruttore genetico. Secondo quanto riportato da Nature, i ricercatori hanno modificato diversi geni già presenti in S. cerevisiae e ne hanno introdotti altri provenienti da cinque tipi di batteri e dalla pianta di cannabis.[4] In totale, il lievito ha richiesto 16 modifiche genetiche per trasformare il galattosio in forme inattive di THC o CBD, che possono poi essere convertite nelle forme attive tramite riscaldamento.[4]
All’interno delle cellule ingegnerizzate, lo zucchero attraversa una versione ricostruita di una via metabolica vegetale. Il lievito produce sostanze intermedie e poi acido cannabigerolico, o CBGa, spesso chiamato il “cannabinoide madre” perché può dare origine a diversi altri composti della cannabis.[3]
Nell’ultimo passaggio, i ricercatori potevano indirizzare il prodotto finale. Keasling ha spiegato a Scientific American che il ceppo di lievito che produce THC e quello che produce CBD differiscono per un solo gene: l’ultimo gene della via metabolica, quello che trasforma il CBGa nell’una o nell’altra molecola.[3] Sostituendo quel gene, lo stesso approccio potrebbe essere usato per inseguire cannabinoidi più rari.[3]
Proprio quei composti più rari sono uno dei motivi principali per cui il lievito era così interessante. La marijuana contiene più di 100 cannabinoidi, ma la maggior parte è presente in concentrazioni molto più basse rispetto a THC e CBD.[3] Quando gli scienziati cercano di isolarli dalle piante, i prodotti possono risultare costosi e contenere tracce di cannabinoidi più comuni, loro “parenti” chimici.[3] La fermentazione offriva la possibilità di ottenere lotti più puliti e standardizzati.
Il problema della scala
Le prime rese erano ancora minuscole. Secondo il rapporto di Nature riassunto da Innoscience, il lievito ingegnerizzato produceva circa 8 milligrammi per litro di THC e livelli inferiori di CBD.[4] Jason Poulos, amministratore delegato di Librede, ha affermato che le rese avrebbero dovuto aumentare di almeno 100 volte prima che i cannabinoidi prodotti dal lievito potessero competere, in termini di costi, con quelli estratti dalle piante.[4]
Altri ricercatori hanno visto il risultato come un’importante dimostrazione di fattibilità. Kevin Chen, amministratore delegato di Hyasynth Bio a Montréal, ha detto che lo studio era significativo perché riuniva l’intera linea di produzione dei cannabinoidi all’interno di una singola cellula.[4] David Kideckel, analista del settore cannabis presso AltaCorp Capital a Toronto, prevedeva all’epoca che i cannabinoidi sintetici fossero ancora a 18-24 mesi dal diventare abbastanza convenienti per le aziende farmaceutiche o per il grande pubblico.[4]
Il metodo si inseriva anche in una tendenza più ampia della biologia sintetica. Lieviti ingegnerizzati e sistemi microbici simili erano già stati usati per produrre farmaci antimalarici commerciali e oppiacei da laboratorio.[4] In questo caso, al vecchio organismo della birrificazione veniva chiesto di ospitare, invece, una via metabolica della cannabis.
Il punto di arrivo immaginato non è un campo di piante in fiore né un vassoio di cime resinose. È una vasca di fermentazione: zucchero che entra, lievito che lavora cellula dopo cellula, e un cannabinoide che si accumula là dove un tempo ci si sarebbe aspettati della birra.
Fonti
- Nature, “Scientists brew cannabis using hacked beer yeast”
- UC Berkeley College of Chemistry, “Yeast produce low-cost, high-quality cannabinoids”
- Scientific American, “Rising High: GM Yeast Generates Known and Novel Marijuana Compounds”
- Innoscience Research Institute, “Scientists brew cannabis using hacked beer yeast”






