All’aeroporto di Keflavik, un cavallo islandese può partire per la Svezia, la Danimarca, il Belgio, gli Stati Uniti o il Canada.[1] Quello che nessun proprietario può comprare per quel cavallo è un biglietto di ritorno. Può essere nato in un pascolo islandese ed essere stato addestrato sul suolo islandese. Ma una volta lasciata l’isola, l’Islanda non gli permette più di rientrare.[2]
A prima vista, la regola può sembrare una stranezza nazionale. In realtà è più rigida di una quarantena, più rigida della burocrazia, più rigida persino del pedigree di un campione. La legge islandese vieta l’importazione di cavalli nati all’estero, e i cavalli islandesi esportati non possono tornare nel Paese.[2] Lo scopo non è punire l’animale. È proteggere i cavalli che restano.
Per un proprietario che lascia l’Islanda, questa regola diventa una decisione molto concreta. Portare l’animale all’estero significa rendere il trasferimento definitivo. Lasciarlo sull’isola significa mantenerlo all’interno di una popolazione rimasta insolitamente separata dal resto del mondo equino.[1]
La porta a senso unico
I coloni norreni portarono sull’isola gli antenati del cavallo islandese tra il IX e il X secolo.[2] Nel corso di molte generazioni, la razza si sviluppò in un clima duro e divenne nota per la sua robustezza, resistenza e longevità.[2] Questi cavalli possono essere abbastanza piccoli da sembrare pony, ma i registri islandesi continuano a classificarli come cavalli.[2]
Anche l’isola li ha protetti. In Islanda, i cavalli sono colpiti da relativamente poche affezioni o malattie, e proprio questo vantaggio crea un rischio specifico.[2] Un cavallo di ritorno da scuderie straniere, competizioni, allevamenti o rotte di trasporto potrebbe introdurre agenti patogeni in una popolazione che ha avuto un’esposizione limitata a essi.
La forma più antica di questa protezione viene fatta risalire all’Althing islandese, che si dice abbia approvato nel 982 d.C. una legge per impedire l’importazione sull’isola di altre razze equine.[1] La regola moderna conserva la stessa linea dura: i cavalli dall’esterno non entrano, e i cavalli islandesi che sono stati fuori non tornano.[2]
Che cosa protegge l’Islanda
Sul suolo islandese, la razza viene ancora usata per la tradizionale conduzione delle pecore, oltre che per l’equitazione da svago, le esibizioni e le corse.[2] Molti cavalli islandesi sanno anche eseguire il tölt, un’andatura ambiata e fluida, e alcuni sono capaci del passo volante, oltre al passo, al trotto e al galoppo comuni ad altre razze.[2]
Queste qualità hanno reso il cavallo popolare anche all’estero. Oggi esistono consistenti popolazioni di cavalli islandesi in Europa e in Nord America, lontano dal paesaggio che ha modellato la razza.[2] L’esportazione è consentita. Il ritorno no. Lo stesso animale che porta il nome dell’Islanda nelle arene straniere viene considerato, dopo la partenza, una possibile via di ingresso delle malattie nel Paese.
Anche i piccoli oggetti intorno a un cavallo possono avere importanza. Finimenti e attrezzature da equitazione usati fuori dall’Islanda possono essere soggetti a regolamentazione, perché potrebbero trasportare agenti patogeni provenienti da altri ambienti equini.[3] In questo sistema, una sella, una briglia o un paio di stivali non sono soltanto attrezzatura. Sono oggetti che potrebbero aver toccato un’altra scuderia, un altro animale, un altro Paese.
La regola del viaggio a senso unico, quindi, è meno un racconto romantico sulla purezza e più un confine permanente tracciato attorno al rischio. L’Islanda non si chiede se un cavallo di ritorno sembri sano, se un tempo appartenesse a quel luogo o se abbia grande valore. L’esposizione basta.
Da qualche parte in Europa o in Nord America, un cavallo islandese può ancora muoversi nel ritmo morbido del tölt, portando il suo cavaliere su un suolo straniero.[3] Resta islandese nel corpo, nell’andatura e nel nome. Ma dall’altra parte dell’oceano, il cancello dietro di lui rimane chiuso.



