Il giorno di Natale del 1819, il vecchio re non smetteva di parlare.

Per 58 ore, Giorgio III parlò in un torrente di nonsenso, intrappolato dentro una mente che un tempo aveva retto un impero e che ormai non riusciva più a reggere nemmeno una frase.[1][2] A quel punto era cieco, sempre più sordo, piegato dai reumatismi e immerso nel crollo finale di quella lunga malattia che aveva perseguitato gli ultimi decenni del suo regno.[1][2] Poco più di un mese dopo, sarebbe morto.

È uno di quei finali reali così cupi da sembrare quasi inventati. Eppure accadde a un uomo che un tempo era stato tutt’altro che una rovina.

Prima di diventare il “re pazzo”

Giorgio III salì al trono nel 1760 all’età di 22 anni e all’inizio non sembrava affatto un monarca destinato alla tragedia. Era nato in Gran Bretagna, parlava inglese come prima lingua, prendeva sul serio la religione, amava i libri e coltivava un’immagine di solidità domestica insolita per un re di Hannover.[1] Sposò Charlotte di Mecklenburg-Strelitz nel 1761, le rimase fedele e con lei ebbe 15 figli.[1]

Non era un re appariscente. Ed era proprio questo il punto. Giorgio si presentava come coscienzioso, contenuto, sobrio, rispettabile. Studiava le scienze, si interessava all’agricoltura e accumulava libri con lo zelo di un collezionista serio.[1] Le generazioni successive lo avrebbero soprannominato “Farmer George”, a volte con intento canzonatorio, ma quel soprannome coglieva qualcosa di reale. Preferiva l’ordine al dramma.

Ed è proprio questo che rende il dramma del suo crollo così stridente. Giorgio III non iniziò come una caricatura dell’instabilità reale. Iniziň come un monarca scrupoloso la cui vita si trasformò lentamente in un mistero medico.

La malattia che non se ne andava

Nella parte finale della sua vita, Giorgio soffrì di ricorrenti attacchi di malattia mentale. Da allora storici e medici discutono su cosa, esattamente, non andasse in lui. Alcuni hanno suggerito la porfiria. Altri ritengono che i suoi sintomi corrispondano più da vicino a un disturbo psichiatrico, tra cui il disturbo bipolare o una psicosi di lunga durata.[1][2] Su una cosa, però, nessuno discute: l’entità del danno.

Durante i suoi episodi poteva diventare frenetico, logorroico, disordinato e impossibile da governare. Parlava compulsivamente. Si infuriava. Perdeva coerenza.[2] A volte si riprendeva abbastanza da tornare alla vita pubblica, e questo non faceva che rendere lo schema ancora più inquietante. La malattia non si muoveva in linea retta. Avanzava per imboscate.

Il suo primo grande crollo arrivò nel 1788 e terrorizzò l’intera nazione politica.[1][2] Eccolo lì, il re al centro dello Stato britannico, improvvisamente incapace di esercitare la regalità. I medici lo sottoposero a salassi, purghe, sedazione, contenzione, e a trattamenti che oggi sembrano meno medicina che panico travestito da medicina.[2]

Migliorò, poi peggiorò di nuovo. E ancora. Ogni ripresa comprava tempo. Nessuna comprava sicurezza.

Il colpo che spezzò la struttura rimasta

Nel 1810, Giorgio era troppo malato per governare e il suo figlio maggiore divenne Principe Reggente nel 1811.[1] Il re che aveva regnato attraverso la Rivoluzione americana, le guerre rivoluzionarie francesi e la sconfitta di Napoleone era ancora vivo, ma politicamente assente. La Gran Bretagna entrò nella Reggenza non perché la corona fosse svanita, ma perché la mente che la indossava aveva ceduto.

L’ultima ricaduta arrivò dopo la morte della sua figlia più giovane, la principessa Amelia, nel 1810, una perdita che sembra aver frantumato ciò che restava di lui.[1][2] Dopo di allora, la discesa assomiglia meno a una serie di episodi che a un’occupazione. Negli anni che seguirono, divenne cieco e sempre più sordo, soffrì di dolorosi reumatismi e smise perfino di riconoscere i membri della propria famiglia.[1][2]

C’è qualcosa di particolarmente crudele in questo dettaglio. Giorgio III aveva costruito gran parte della sua identità pubblica attorno alla virtù domestica, alla famiglia, alla fedeltà e alla serietà morale. Poi la malattia gli tolse non solo il comando politico, ma la capacità stessa di riconoscere.

Natale a Windsor

Alla fine viveva in un profondo isolamento al castello di Windsor.[1][2] Il re capiva ancora, in un senso cerimoniale ormai vestigiale, di essere il re. Anche nel disordine, si appuntava sul petto le insegne dell’Ordine della Giarrettiera.[2] Ma l’uomo dentro il rituale stava scomparendo.

Poi arrivò il Natale del 1819.

I resoconti del tempo descrivono una scena finale spaventosa: il vecchio monarca in una vestaglia logora, con i capelli arruffati, la barba incolta, che parlava senza sosta e senza senso per 58 ore prima di sprofondare in coma.[1][2] Non era la follia teatrale della leggenda. Era qualcosa di più triste. Sfinimento. Decadenza. L’ultimo scatto meccanico di una mente da tempo ormai sopraffatta.

I lettori moderni a volte incontrano per la prima volta Giorgio III attraverso il profilo caricaturale del “re pazzo” che perse l’America. Ma quell’etichetta è troppo ordinata per ciò che accadde davvero. La sua malattia fu lunga, umiliante e quasi certamente traumatica. Si svolse sotto lo sguardo del pubblico, in un’epoca con poca comprensione e ancora meno misericordia. Quando arrivò a quell’ultimo Natale, restava a malapena un’ombra della grandezza reale capace di proteggerlo.

Perché la storia resta impressa

L’immagine resiste perché comprime un intero regno in una sola terribile contraddizione. Giorgio III era stato uno dei monarchi più resistenti della storia britannica, avendo regnato per quasi 60 anni.[1] Aveva superato ministeri, guerre, rivoluzioni e nemici all’estero. Eppure, alla fine, non riuscì a sopravvivere al proprio corpo, né a quella forza invisibile dentro di lui che continuava a tornare per disfarlo.

Morì il 29 gennaio 1820 al castello di Windsor, all’età di 81 anni.[1] La causa ufficiale della morte fu la polmonite.[1] Ma, in un altro senso, la sua morte stava arrivando da anni, attraverso la cecità, la sordità, il dolore, la confusione e il collasso mentale.

Ecco perché quelle 58 ore contano. Non perché siano grottesche, anche se lo sono. E non semplicemente perché siano memorabili. Contano perché trasformano Giorgio III da lontano sovrano da manuale scolastico in qualcosa di molto più inquietantemente umano: un uomo un tempo potente, intrappolato dentro una mente che cede, ancora intento a parlare molto tempo dopo che il significato lo aveva abbandonato.

Fonti

[1] Wikipedia: George III

[2] Discover Britain: King George III: The mad king