Le grida arrivarono dalla riva quando Bobby Pearce era già in testa. Sul canale Sloten di Amsterdam, un’anatra con i suoi anatroccoli entrò sul percorso olimpico, attraversando l’acqua proprio davanti al suo singolo da gara.[1]
Alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, lo skiffista australiano Bobby Pearce rallentò durante un quarto di finale per lasciar attraversare una famiglia di anatre, concesse all’avversario francese Victor Saurin un vantaggio di cinque lunghezze, poi lo rimontò e vinse con quasi 30 secondi di margine, prima di conquistare l’oro.
Pearce rallentò invece di tagliare loro la strada. Si appoggiò ai remi e aspettò che gli uccelli liberassero la sua traiettoria, mentre Saurin approfittava della pausa per portarsi avanti di cinque lunghezze.[1] Nel singolo, non è un margine piccolo e cortese. È acqua libera tra una barca e l’altra, e Pearce l’aveva ceduta nel bel mezzo di una gara olimpica.
La storia è sopravvissuta anche perché sembra fin troppo perfetta: una parabola sportiva con le piume. Pearce, però, non era un visitatore sentimentale finito per caso in barca. Veniva da una famiglia di Sydney così immersa in questo sport che Sport Australia avrebbe poi definito i Pearce la “First Family” del canottaggio australiano.[2] Suo nonno praticava lo skiff, suo padre Harry II era stato campione australiano, e anche le donne della famiglia gareggiavano nel canottaggio e nello skiff.[2]
A Double Bay, Pearce cominciò a un’età quasi assurda. Sport Australia riporta che vinse la sua prima gara a sei anni, in una prova handicap under 16, e il suo primo evento open a 14.[2] World Rowing descrive suo padre come un allenatore severissimo e racconta che Pearce si allenava due o tre volte al giorno, una routine insolita per l’epoca.[3] Quando arrivò ad Amsterdam, aveva già vinto i campionati del New South Wales e d’Australia, mantenendo i titoli per tutto il 1928.[2]
La gara dopo le anatre
Quando mancavano circa 1.000 metri, Pearce cominciò a riprendersi l’acqua che aveva ceduto. Raggiunse Saurin, lo superò e tagliò il traguardo con quasi 30 secondi di vantaggio.[1] Il resoconto di World Rowing dice che Pearce si fermò per le anatre, aspettò, poi ripartì fino a stabilire un nuovo record del percorso.[3]
Il quarto di finale era solo una parte del lavoro di quella settimana. Pearce arrivò poi a vincere la finale di Amsterdam, conquistando l’unica medaglia d’oro australiana di quei Giochi.[3] Il suo tempo in finale, 7:11 sui 2.000 metri, rimase un record per 45 anni, secondo World Rowing.[3]
Quattro anni dopo, a Los Angeles, Pearce vinse di nuovo l’oro olimpico. World Rowing afferma che, all’epoca, nessun altro singolista aveva vinto due ori olimpici consecutivi.[3] La Sport Australia Hall of Fame riporta che le sue vittorie del 1928 e del 1932 lo resero il primo australiano a conquistare l’oro in due edizioni consecutive dei Giochi, e l’unico singolista prima della Seconda guerra mondiale a vincere due volte la gara olimpica.[2]
La versione di famiglia aggiunge una nota secca e preziosa. Il figlio di Pearce, Rupert, disse in seguito: “Papà era estremamente competitivo. Se la gara fosse stata tirata, sarebbe passato dritto attraverso quelle anatre.”[3] La frase impedisce al racconto di trasformarsi in una statua di marmo. Pearce fu misericordioso, ed era anche abbastanza veloce perché la misericordia non gli costasse la gara.
Un singolo in legno legato a Pearce è oggi conservato dall’Australian National Maritime Museum. È lungo 7,79 metri e largo appena 0,26, con scafo, pozzetto e scalmi in gran parte intatti.[4] È un oggetto stretto, dall’aspetto fragile, per portare con sé una leggenda olimpica: costruito per un uomo, due remi e, per qualche secondo ad Amsterdam, una mamma anatra con i suoi anatroccoli che attraversavano il percorso.





