Nel 1976, uno studente della San Francisco State University consegnò ad Alexander “Sasha” Shulgin un composto con una vecchia storia aziendale alle spalle e quasi nessuna fama pubblica come droga capace di alterare la mente. L’MDMA era stata brevettata decenni prima dalla Merck come intermedio chimico, non sviluppata come terapia; Shulgin mise a punto una propria via di sintesi, poi la presentò allo psicologo Leo Zeff, che iniziò a usarla per potenziare la psicoterapia dialogica.[1]

Alexander Shulgin effettuò personalmente bioassaggi su centinaia di composti psicoattivi, cominciando con dosi minuscole e registrandone gli effetti con una cura fuori dal comune. È anche ampiamente riconosciuto come la persona che portò l’MDMA all’attenzione di psicologi e terapeuti alla fine degli anni ’70.

Berkeley fu il primo laboratorio della sua vita. Shulgin nacque lì nel 1925, studiò chimica organica ad Harvard, lasciò l’università nel 1943 per arruolarsi nella Marina degli Stati Uniti, poi tornò in California e conseguì un dottorato in biochimica all’Università della California, Berkeley.[2] In seguito svolse attività post-dottorato in psichiatria e farmacologia alla UCSF, un intreccio di discipline che aiuta a spiegare perché, per lui, le molecole non fossero mai soltanto formule.[2]

Alla Dow Chemical, fu un pesticida a comprargli la libertà. Shulgin sviluppò lo Zectran, descritto dall’Alexander Shulgin Research Institute come il primo pesticida biodegradabile, e il redditizio brevetto gli garantì un’insolita autonomia all’interno dell’azienda.[2] Usò quello spazio per avvicinarsi alla psicofarmacologia, un campo che per la Dow diventò sempre più scomodo man mano che, negli anni ’60, cresceva l’allarme pubblico sulle droghe di strada.[2]

Il chimico come primo strumento di sé stesso

Shulgin indicò in seguito la mescalina come l’esperienza che cambiò la sua direzione. “Esplorai per la prima volta la mescalina alla fine degli anni ’50”, raccontò, descrivendo una dose da 350 a 400 milligrammi. “Imparai che dentro di me c’era moltissimo.”[2] Da lì cominciò a creare e studiare nuovi composti, in particolare fenetilammine e triptamine, pubblicando su riviste tra cui Nature, Journal of Medicinal Chemistry e Psychopharmacology Communications.[2]

Il metodo era attento, intimo e pericoloso. Shulgin testava prima su sé stesso le nuove creazioni, partendo da dosi minuscole e aumentandole gradualmente finché non compariva un effetto.[2] A partire dal 1960, un piccolo gruppo di amici si unì a sessioni regolari di sperimentazione, e i partecipanti registrarono i risultati in dettaglio.[2] Per rendere quei resoconti meno vaghi, sviluppò la Shulgin Rating Scale, un sistema per quantificare l’intensità degli effetti soggettivi.[2]

Il numero famoso può suonare quasi mitico. I resoconti sulla carriera di Shulgin citano spesso oltre 230 composti psicoattivi sintetizzati o testati personalmente, mentre lo Shulgin Research Institute descrive il suo lavoro di bioassaggio personale come esteso a centinaia di nuovi composti psicoattivi.[2] Il dettaglio più rivelatore, però, è la sequenza dietro quel numero: una dose minuscola, una pausa, un cambiamento nella percezione, un resoconto scritto.

L’MDMA esce dal laboratorio

L’MDMA era più vecchia del coinvolgimento di Shulgin. La Merck l’aveva brevettata come composto intermedio, e ricostruzioni successive osservano che l’azienda non ne aveva studiato gli effetti psicologici.[1] Il ruolo di Shulgin fu quello di portare quella molecola trascurata in una stanza di tutt’altro tipo. Dopo essersi imbattuto nell’MDMA nel 1976, la sintetizzò e la presentò a Leo Zeff, uno psicologo suo collega.[1] Zeff contribuì poi a farla circolare tra terapeuti interessati a usarla come sostegno alla psicoterapia dialogica, prima che l’MDMA diventasse molto più nota come ecstasy o molly.[1]

La sua vita pubblica si collocava in una strana zona di sovrapposizione. Shulgin insegnò in università locali e al San Francisco General Hospital, lavorò come perito e talvolta svolse analisi chimiche per le forze dell’ordine.[2] Ricevette anche diversi riconoscimenti dalla DEA e scrisse Controlled Substances: Chemical & Legal Guide to Federal Drug Laws, un’opera di riferimento sulla legislazione federale in materia di droghe.[2] Il chimico associato alla cultura psichedelica underground trascorse anche anni in dialogo con gli agenti antidroga.

Nel 1991, Shulgin e sua moglie Ann pubblicarono PiHKAL: A Chemical Love Story, seguito nel 1997 da TiHKAL: The Continuation.[3] I libri sono ricordati come opere a metà tra memoir e manuale di chimica, costruite attorno a fenetilammine e triptamine, le due famiglie di composti al centro di gran parte del lavoro di Shulgin.[3]

Shulgin morì a Lafayette, in California, nel 2014, a 88 anni.[3] L’immagine che resta non è spettacolare, ma minuta: un chimico al banco di lavoro, che riduce la prima dose fin quasi a nulla, attende un segnale e poi allunga la mano verso il quaderno.

Fonti

  1. Psychedelic Science Review, “Alexander Shulgin”
  2. Alexander Shulgin Research Institute, “Alexander T. Shulgin”
  3. Wikipedia, “Alexander Shulgin”