Nel 1984, Antonio Pace e Lello Surace riunirono alcuni dei pizzaioli più noti di Napoli e chiesero loro di fare qualcosa di curiosamente formale con un antico cibo di strada: mettere per iscritto le regole non scritte. Quelle regole erano passate di padre in figlio, di mano in mano, di forno in forno. Ora stavano diventando un documento.[1]

La pizza napoletana è nata a Napoli, in Italia, e la versione “vera” protetta è molto più specifica della pizza comune: impasto formato a mano con farina, acqua, sale e lievito, condito in modo semplice e poi cotto rapidamente in un forno a legna rovente.

Napoli è la città legata al nome pizza napoletana, la pizza rotonda con un centro morbido e sottile e un bordo rialzato.[5] Le storie dell’alimentazione fanno risalire la pizza moderna, quella costruita su impasto, pomodoro e formaggio, alla Napoli del Settecento, quando era un pasto economico e facile da portare per i lavoratori, non un piatto raffinato da ristorante.[3]

Il pomodoro arrivò più tardi. Focacce e pani piatti esistevano già prima che i napoletani cominciassero a condirli con il pomodoro, ma non avevano ancora l’elemento distintivo della pizza moderna. I pomodori giunsero in Europa dalle Americhe nel XVI secolo, e la diffidenza nei loro confronti durò per generazioni. Alla fine del XVIII secolo, a Napoli si cominciò a mettere il pomodoro sul pane piatto, e quel cibo vivace ed economico prese piede.[4]

La pizza con le regole

L’Associazione Verace Pizza Napoletana, fondata a Napoli nel 1984, afferma che il suo disciplinare internazionale nacque dalle regole che i pizzaioli napoletani si erano tramandati oralmente per generazioni.[1] Il suo impasto è volutamente essenziale: farina di grano, acqua, sale e lievito. Secondo le regole AVPN riassunte per questo stile, l’impasto della vera pizza napoletana è privo di grassi e di zuccheri.[5]

La pizza finita viene valutata quasi come un oggetto artigianale. L’AVPN descrive una pizza tondeggiante con un diametro massimo di 35 centimetri, un cornicione rialzato, alto circa 1-2 centimetri, e un risultato morbido e fragrante dopo la cottura nel forno a legna.[1]

Anche i condimenti sono misurati. La pizza napoletana è tradizionalmente associata ai pomodori San Marzano o ai pomodorini del Piennolo coltivati nelle pianure vulcaniche a sud del Vesuvio, oltre alla mozzarella di bufala campana o al fior di latte di Agerola.[5] Altre guide allo stile autentico descrivono pomodori italiani crudi e passati, mozzarella, basilico fresco e olio extravergine d’oliva, con l’impasto steso a mano invece che appiattito con il mattarello.[4]

La tutela legale è più ristretta della vaga idea secondo cui “la legge italiana stabilisce che cosa sia la pizza”. La pizza napoletana è registrata come specialità tradizionale garantita nell’Unione Europea e nel Regno Unito, e l’arte del pizzaiuolo napoletano è stata inserita nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO nel 2017.[5] Le regole proteggono una tradizione specifica, non ogni disco rotondo che qualcuno potrebbe chiamare informalmente pizza.

Una cottura rapida, un centro morbido

Dentro il forno, i tempi sono spietati. La pizza napoletana viene cotta a temperature altissime, spesso intorno agli 800-900 gradi Fahrenheit, per appena 60-90 secondi circa.[4] Questa cottura brevissima contribuisce a creare il contrasto che definisce lo stile: un centro sottile, un bordo gonfio e una parte centrale morbida, capace di piegarsi senza spezzarsi.

Due forme storiche stanno al cuore della tradizione. Nella cucina napoletana più rigorosa, le varianti classiche sono la pizza marinara e la pizza Margherita, anche se oggi ne esistono molte altre.[5] La Margherita porta con sé il racconto regale. Nel 1889, durante una visita del re Umberto I e della regina Margherita, al panettiere napoletano Raffaele Esposito viene attribuita la presentazione di una pizza con pomodoro, mozzarella e basilico, che richiamava il rosso, il bianco e il verde della bandiera italiana.[3]

Così il celebre regolamento napoletano non allarga il concetto di pizza. Lo restringe. Farina, acqua, lievito, sale. Pomodoro, mozzarella, olio, basilico. Un disco aperto a mano, fatto scivolare in un forno a legna e tirato fuori pochi istanti dopo con il bordo gonfio e il centro morbido, ancora segnato dall’impronta di una città che decise che il suo cibo di strada meritava di essere difeso.

Fonti

  1. Associazione Verace Pizza Napoletana, International Regulation
  2. Naples, Wikipedia
  3. ItaliaTours, The Origins of a Global Icon: Pizza’s Humble Beginnings
  4. Giolitti Deli, The History of Neapolitan Pizza and How It’s Made
  5. Neapolitan pizza, Wikipedia