Circa sei settimane dopo l’installazione della rete, George Murray cadde. Forti raffiche di vento avevano spinto un “traveler”, una struttura mobile usata per trasportare acciaio, contro Murray e un altro operaio, Ulysses Brown, durante i lavori sul Golden Gate Bridge. Brown rimase sul ponte con una gamba rotta. Murray precipitò nella rete di corda sottostante, riportando gravi ferite a entrambe le braccia, e trascorse poi mesi in ospedale per riprendersi.[1]

Joseph Strauss, ingegnere capo del Golden Gate Bridge, pretese che durante la costruzione fosse tesa una rete di sicurezza sotto il ponte. La rete in corda di manila, costata 130.000 dollari, fu considerata uno spreco, ma intercettò 19 operai in caduta, che divennero noti come il “Halfway to Hell Club”, il club di quelli “a metà strada per l’inferno”.

Il ponte fu costruito dal 5 gennaio 1933 al 27 maggio 1937 attraverso lo stretto del Golden Gate, con squadre di operai al lavoro a grande altezza sopra l’acqua durante la Grande Depressione.[2] La rete era sospesa sotto l’area in cui veniva realizzata la carreggiata: lì, un passo falso, una raffica di vento o un pezzo d’acciaio in movimento potevano trasformare una normale giornata di lavoro in una caduta nel vuoto.

Nei grandi cantieri dell’epoca, la morte veniva spesso trattata quasi come una voce di bilancio. Una regola empirica molto diffusa prevedeva un decesso per ogni milione di dollari speso. Poiché il Golden Gate Bridge era stimato in 35 milioni di dollari, quella cupa aritmetica lasciava prevedere 35 operai morti prima del completamento.[3]

Strauss non accettò che quello fosse il prezzo da pagare per costruire il ponte. In un articolo del 1937 pubblicato sul Saturday Evening Post, disse di voler “ingannare la morte usando ogni dispositivo di sicurezza conosciuto” per gli operai del progetto.[3] Il più famoso di questi dispositivi fu proprio la rete, un’attrezzatura che molti giudicavano troppo costosa.

La rete costò 130.000 dollari, una somma in seguito stimata in oltre 2,7 milioni di dollari odierni.[2] Era fatta di corda di manila e si estendeva sotto il piano del ponte, sporgendo di 10 piedi oltre le capriate su entrambi i lati, così da poter intercettare anche gli operai che cadevano lontano dalla struttura metallica, e non solo quelli che precipitavano verticalmente.[2]

Per gli uomini che lavoravano sopra di essa, la rete cambiò la percezione del cantiere. Il lavoro comportava ancora nebbia, vento, materiali pesanti, altezze esposte e macchinari pericolosi, ma le squadre non erano più sospese soltanto sul vuoto. Le testimonianze attribuiscono alla rete un miglioramento del morale e della produttività, perché gli operai si sentivano più sicuri in quota.[2]

Il programma di sicurezza di Strauss includeva anche caschi protettivi, elmetti respiratori, protezioni per gli occhi, creme per la pelle contro i venti pungenti e cavi di sicurezza.[3] Un’altra fonte ricorda che gli operai indossavano “hard-boiled hats”, prime versioni dei moderni caschi da cantiere.[1] Tutto questo accadeva decenni prima che, nel 1970, venisse firmato l’Occupational Safety and Health Act.[3]

Il bilancio fu notevole per l’epoca, anche se il cantiere non fu risparmiato dalla tragedia. Alcune ricostruzioni collocano il totale dei morti durante la costruzione tra 11 e 17, mentre altre indicano 11 decessi per l’intero progetto.[2][3] In entrambi i casi, il numero era molto inferiore ai 35 morti previsti dalle vecchie aspettative del settore.

L’incidente peggiore avvenne quando una piattaforma di ponteggio da cinque tonnellate cedette e sfondò la rete. Dieci operai morirono in quel singolo episodio.[2] Il disastro mostrò il limite del sistema di Strauss. Una rete poteva trattenere un uomo. Non sempre poteva fermare una massa di legno e acciaio in caduta.

I 19 operai che invece riuscì a salvare divennero noti come il “Halfway to Hell Club”.[2] Il nome era macabro, ma rendeva l’idea meglio di qualsiasi lezione sulla sicurezza. Erano uomini caduti dal ponte e sopravvissuti per raccontare che cosa li aveva fermati.

Strauss nacque a Cincinnati nel 1870, si formò come ingegnere civile all’Università di Cincinnati e divenne noto per la progettazione di ponti basculanti prima di assumere il ruolo di ingegnere capo del Golden Gate Bridge.[4] La storia ufficiale del ponte lo descrive come la principale forza trainante del progetto: promotore, coordinatore, dirigente e responsabile della costruzione, capace di lavorare con ingegneri, architetti, geologi, appaltatori e operai per trasformare la campata in realtà.[5]

Morì a Los Angeles nel 1938, un anno dopo l’apertura del ponte.[4] Sul lato di San Francisco, il suo monumento commemorativo si trova ancora vicino al ponte. Sotto le celebri torri e i cavi resta l’immagine più silenziosa che contribuì a cambiare quel mestiere: una rete in corda di manila, tesa sotto l’acciaio non ancora completato, pronta ad aspettare la caduta successiva.

Fonti

  1. When In Your State, “The men who built the Golden Gate Bridge had a club you could only join by almost dying”
  2. Vintage News Daily, “Views of the Safety Net Used to Protect Workers During Construction of the Golden Gate Bridge in the 1930s”
  3. SelectView, “Joseph B. Strauss, an Early Safety Pioneer who Built a Bridge”
  4. Wikipedia, “Joseph Strauss (engineer)”
  5. Golden Gate Bridge, Highway and Transportation District, “Joseph Strauss”